l'Antipatico

venerdì 20 novembre 2009

non gli resta che il lettone (di Putin)


Tutti ne parlano e ognuno dice la sua. I cedimenti sempre più evidenti nella struttura della maggioranza di governo fanno sospettare che un’era, quella di Berlusconi, stia per chiudersi e che un’altra, ancora tutta da definire e da costruire, possa nascere dalle sue rovine. Anche ieri sera, seguendo la puntata di Annozero, mi sono accorto del clima politico che aleggia oramai sulla pelata (rifatta) del Cavaliere. E non basta nemmeno un Quagliariello (scriviamolo bene, con la i che altrimenti si offende...), sbiadita copia conforme di un Ghedini o di un Lupi (per non parlare di un Belpietro), a far da argine alla tracimazione mediatica, in negativo, del Pifferaio di Arcore. Gli osservatori politici e non accentuano le loro riflessioni sugli effetti che le vicende giudiziarie del Cavaliere stanno comportando nelle schiere del centrodestra, con diversi personaggi che temono di farsi coinvolgere in una caduta che potrebbe essere devastante. Il presidente del Consiglio, che finora l'aveva scampata bella grazie ad assoluzioni, prescrizioni varie e leggi ad personam, sembra adesso immerso in una situazione di particolare difficoltà. Il day after del Lodo Alfano ha lasciato impietosamente il segno e come se non bastasse a Milano, da venerdì 27 novembre, riprenderà il processo contro di lui per corruzione per il caso Mills, l’avvocato inglese condannato in Italia per avere mentito in tribunale in due processi contro lo stesso premier (All Iberian e Guardia di Finanza) sulla costituzione di fondi neri della Fininvest all’estero. Brutte notizie arrivano da Palermo, anche se appena accennate, dove nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, il pentito che si è accusato della strage di Via D’Amelio ha suggerito che ci possano essere stati contatti tra i vertici di Cosa Nostra sia nel 1992 (l’anno delle stragi di Falcone e Borsellino) che nel 1993 (l’anno degli attentati a Milano, Firenze e Roma). Nel classico stile mafioso siciliano, il pentito dice e non dice, suggerisce scenari, riferisce i sentito dire e offre alla voracità di chi lo ascolta le sue ipotesi e le sue interpretazioni dei fatti. Il traguardo che molti, in diversi Palazzi, sognano è che si possa arrivare a coinvolgere il Cavaliere nelle stragi con l’ipotesi di una sua richiesta, fatta per interposta persona, ai vertici di Cosa Nostra (Riina e Provenzano) di eliminare quanti stavano indagando sull’origine delle sue fortune. Fantapolitica o fantagiudiziaria? Chi può dirlo. Certo già in passato un magistrato siciliano aveva chiesto il sequestro conservativo di tutti i beni del Cavaliere suggerendo proprio un’ipotesi di questo tipo, sulla quale diversi cronisti si sono esercitati scrivendoci sopra pure libri di grande diffusione. Un avviso di garanzia per un fatto del genere, cioè Via D’Amelio, non potrebbe passare come indolore ed avrebbe certamente riflessi a livello governativo e della maggioranza. Un conto è un’accusa di corruzione, un altro quella di strage. Del resto che qualcosa per Berlusconi si stia muovendo anche nel campo patrimoniale, è dimostrato non tanto dalla condanna in sede civile della Fininvest di risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro per aver comprato la sentenza sul Lodo Mondadori, ma anche da voci insistenti di presunte inchieste giudiziarie su risorse estere, ovviamente in paradisi fiscali, nella disponibilità dei due figli del Cavaliere che guidano Mediaset e Mondadori. Sarebbe in verità molto umoristico se la famiglia del premier dovesse finire indagata in virtù delle norme sullo scudo fiscale. Ma se ci si limita a queste vicende, peraltro note, non si capisce quale potrebbe essere la vera posta in gioco. Il succo del problema non sono infatti le ambizioni di Fini o il nuovo partito centrista-clericale-atlantico di Casini, Rutelli e Montezemolo (sostenuto dalle banche e dalle grandi aziende come la Fiat sempre a caccia di aiuti pubblici). I veri pericoli per Berlusconi vengono invece da fuori, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, i cui establishment finanziari non gli hanno mai perdonato di aver infranto i loro disegni egemonici sull’Italia che, con la sua discesa in campo nel 1994, sono andati a farsi benedire. E' quindi alquanto naturale e comprensibile che i malumori principali vengano dalle compagnie petrolifere made in Usa (Exxon-Mobil e Chevron-Texaco) e anglo-olandesi (BP e Shell), le quali non possono proprio accettare il suo rapporto preferenziale con Putin e con la Russia, oltre a quello dell'Eni con Gazprom nell’ottica di costruire un solido legame continentale ed euroasiatico nel solco tracciato qualche decennio addietro da Enrico Mattei. Certo, se proprio dovesse andare all'aria il rapporto economico-amichevole tra Putin e il Cavaliere, a quest'ultimo resterebbe sempre la soddisfazione (a Roma si dice "accontentate co' l'ajetto...") di usufruire del famoso lettone regalatogli dall'ex capo del KGB, l'unico comunista che sta simpatico al Pifferaio di Arcore.

domenica 15 novembre 2009

Berlusconi & il gioco delle tre carte


La sindrome da accerchiamento sta generando nel presidente del Consiglio una sorta di continua ricerca, alquanto spasmodica, della cruna dell'ago attraverso la quale evitare il doloroso epilogo della sua carriera politica e imprenditoriale. E per la bisogna il Pifferaio di Arcore si gioca le sue tre carte. E lo fa nella bisca istituzionalizzata (ovviamente da lui) che è il Parlamento. Tre carte, tutte di non facile attuazione. La prima: il lodo Ghedini, cioè quella porcheria del ddl Gasparri-Quagliariello-Bricolo sul processo breve presentato giovedì in Senato con il benestare della Lega, che ha ottenuto l'esclusione dei reati legati al mondo dell'immigrazione dalla possibilità di beneficiare della prescrizione a due anni per ogni grado di giudizio. Per garantirsi l'approvazione, il Cavaliere sta già pensando di porre la fiducia sul provvedimento contestato non solo dall'opposizione (Casini compreso), ma anche da pezzi di maggioranza, come i parlamentari vicini al presidente della Camera Fini. La seconda: la proposta di legge costituzionale sul ritorno all'immunità parlamentare, presentata dalla Boniver alla Camera e salutata con favore da un pezzo di opposizione, l'Udc di Casini. La terza e ultima carta: ripresentare in Parlamento il lodo Alfano ma in versione legge costituzionale, in modo da venire incontro ai rilievi mossi dalla Consulta nella sentenza di bocciatura. Il punto è che in quella sentenza ce n'erano altri di rilievi, per esempio il fatto che una legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato stride con l'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ma per il momento la cosa non emerge nelle riflessioni di chi sta valutando l'opportunità della terza carta. Il primo a sponsorizzarla è stato Casini, che in un'assemblea dell'Udc a Bari ce l'ha messa tutta per spiegare la sua nuova linea rispetto all'ex alleato Berlusconi. Dai toni duri di qualche mese fa, si è passati all'appello «ai partiti per una soluzione politica», alla ricerca della «terza via» da parte di maggioranza e opposizione «per evitare che il sistema giudiziario italiano si sfasci». Casini dice no al processo breve, ma ripesca il lodo Alfano, atteggiamento di "riavvicinamento condizionato" al premier che dice molto delle ragioni per cui ultimamente qualcuno (Tabacci) ha lasciato l'Udc per andarsene con l'Alleanza per l'Italia di Rutelli. Ad ogni modo, il "lodo Alfano bis" riscuote successo ai piani alti della maggioranza, insieme al beneplacet di un politologo vicino a Fini e alla sua fondazione FareFuturo come Alessandro Campi.
C'è molta carne al fuoco, mentre il premier resta silenzioso e sotto assedio a Palazzo Chigi dove si è trasferito da alcuni giorni dietro suggerimento dei servizi segreti (forse per via dell'allarme legato all'arresto di Mohamed Game, l'attentatore libico in azione a Milano che pare avesse collezionato informazioni su di lui e su Maroni e Bossi). Intanto a Milano da domani entra nel vivo il processo sui diritti tv Mediaset (e il Berlusca se l'è sfangata per legittimo impedimento, la Conferenza alla FAO) mentre il cammino parlamentare di tutte e tre le carte tirate fuori dal cilindro berlusconiano resta comunque in salita. La questione giustizia, con il fardello dei processi del premier, è anche la prima prova del fuoco per Bersani, neo segretario del PD. L'azzardo della maggioranza sul processo breve ha mandato gambe all'aria i propositi di confronto annunciati dal Partito Democratico tanto che il fautore delle liberalizzazioni potrebbe addirittura rivedere la strategia di non adesione al "No Berlusconi Day" convocato a Roma per il 5 dicembre da Idv, Prc e migliaia di associazioni e blogger in piazza Navona. E a scombinare il gioco delle tre carte di Berlusconi entra pure, dulcis in fundo, Roberto Saviano, che ha detto no all'offerta del centrosinistra di candidarsi governatore in Campania, ma è parte attiva nel dibattito con l'appello pubblicato su Repubblica e che ha già raccolto più di 80.000 firme (compresa la mia). «Signor presidente del Consiglio - scrive l'autore di Gomorra - io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul processo breve e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei». Più chiari di così...

giovedì 12 novembre 2009

L'orrenda metastasi


Prendo spunto, per l'incipit di questo mio intervento, da un commento del mio caro mentore Nomadus, il quale rispondendo a uno dei precedenti commenti dice giustamente che nonostante i nobili sforzi intellettuali che ci vedono riuniti per cercare di smuovere il pantano Italico, la situazione non solo non cambia, ma quel maledetto omuncolo sembra una orrenda e devastante metastasi, alla quale non c'è cura che tenga. Purtroppo, mi associo a questa inquietante affermazione. I fatti più recenti mostrano nel nostro-mostro una tenacità e una perseveranza nel suo disegno di disgregazione morale, economica e culturale del Paese che ha del grottesco. Ma più che lui, fa paura ormai la tremenda mediocrità in cui versa la società, le orribili storie che fuoriescono come bubboni malati (vedi Cucchi) senza che una vera reazione degna di un Paese civile accompagni dette nefandezze. Sembra che stiamo sprofondando nella passiva e mesta accettazione del male, come sottofondo inevitabile al nichilismo che ci asfissia. Ma siccome, citando il grandissimo Nomadus, non dobbiamo mollare e dobbiamo usare tutte le armi a nostra disposizione, mi sento ispirato per infliggere con la penna (metaforicamente, visto che di tastiera si tratta) l'ennesimo colpo a questa società, anche solo fosse per far presente che io, come tanti altri, non ci stiamo, sappiamo cosa sta succedendo e anche se continuerà a succedere NOI NON CI STIAMO. Mi riallaccio quindi a un paio di discussioni che ho intrattenuto su Facebook con dei miei amici, dopo aver postato un video del concerto dei Massive Attack, che in un concerto nel nostro Paese di pochi giorni fa hanno ritenuto doveroso mettere in risalto le nostre vergogne, lanciando messaggi sensibilizzatori sugli ultimi scandali o brutture (caso Cucchi, dieci domande, processo Mills, Lodo Alfano, ecc...) su un mega schermo mentre entrava il pezzo d'apertura. Ieri il mio coinquilino, che è professore di inglese, mi ha raccontato che i suoi alunni citano esplicitamente l'Italia come l'ultima ruota del carro d'Europa, ridacchiano sull'argomento quando esce fuori, definendoci un Paese alla frutta. Questo è quello che è l'immagine dell'Italia in Europa. Al che un mio amico mi scrive rispondendomi che secondo lui ci hanno azzerato il futuro, tolgliendoci la possibilità di reazione mettendoci nella condizione di cercare quasi solamente di sbarcare il lunario. Il che è vero, ma solo parzialmente, e personalmente penso che sia riconducibile alle politiche economiche di capitalismo aggressivo degli ultimi decenni, che hanno fatto sì che le nostre vite siano controllate il più possibile da questi schemi aberranti. Inoltre, queste stesse politiche ci hanno portato alla crisi attuale e mi sembra sempre più chiaro che faccia tutto parte di un disegno ben preciso: la perpetuazione di questo stato di cose beneficia le elites oligarchiche che muovono i grandi capitali, minando sempre più l'ex classe media che si ritrova ad un mero intento di sbarcare il lunario. Tutto ciò lascia ampi margini a chi decide l'economia di agire indisturbato, visto che la stragrande maggioranza delle persone che compongono la società non possono permettersi di reagire adeguatamente. Tuttavia, penso che c'è una grande massa di gente che tutte queste cose di cui stiamo dibattendo nemmeno gli passano per l'anticamera del cervello. Citando ora il commento di un'altra amica, ella parla del nostro tradizionale poco senso civico, "per cultura e per tradizione", e colpisce nel segno: certe anomalie sono sempre state presenti nella nostra identità come popolo, ma quello che sta succedendo ora è diverso. Non siamo mai stati a un livello così basso, come società. Non siamo mai arrivati a un punto talmente grave di mediocrità e di indifferenza per questa grave situazione. E tutto ciò non può essere imputato alla sola difficoltà che abbiamo in tanti a cercare di tirare avanti in questo pantano. Io parlo da disoccupato ormai quasi cronico dal Paese col tasso di disoccupazione più alto d'Europa, eppure continuo a percepire un diversissimo stato di cose rispetto alla patria. Qui c'è un dibattito accesissimo per vari casi di corruzione nelle fila del partito popolare, come altri nel PSOE, eppure c'è la sensazione che in qualche modo questa corruzione viene perseguita, la gente si scandalizza, non tutto è lecito, non tutto è ormai digerito come l'ennesimo atto di un melodramma che è diventato la sceneggiatura delle nostre vite. È qui il dramma. I parenti del mio amico in Francia gli chiedono "ma perchè?", gli alunni del mio coinquilino Billy, come tanti altri, ci ridono dietro, dovunque si vada fuori dall'Italia ormai, anche il più umile cittadino, se interpellato sulla società italiana ci chiederà cosa diamine stia succedendo lì da noi. Ma appena si rientra nello Stivale, si riapre questa tragica dicotomia: da una parte quelli rassegnati, quelli che non ce la fanno più a indignarsi perchè lo fanno tutti i giorni, insieme a quelli che sono rassegnati ma hanno problemi più impellenti per permettersi di indignarsi vieppiù, o quelli che continuano a indignarsi ma non sanno bene cosa accidenti fare per dare alla loro indignazione uno sbocco concreto. Dall’altra parte, quelli che ormai sono quasi completamente lobotomizzati dal tubo catodico e da anni di cura berlusconiana e non riescono nemmeno più ad avere un accenno di libero arbitrio che gli permetta di avere una propria opinione, quelli che invece sono ancora, e sempre di più fedelissimi del ducetto per scarsa capacità di analisi o per scarsa capacità intellettiva tout court, e infine quelli che anch’essi lo appoggiano fedelmente ma per altri motivi, per una condivisione ideologica del berlusconismo in cui vedono chiaramente la protezione dello stile di vita che hanno scelto, e che condividono pienamente col loro mentore: quello della deregulation economica, morale e intellettuale. Queste due Italie convivono ormai in un brodo primordiale dove la politica che dovrebbe regolare i ritmi della società civile è dominata essa stessa ormai da metodi apertamente totalitari (per quanto la Costituzione sia ancora un potente scoglio per l’attuazione del disegno del ducetto), plasmata al volere di questo ometto che ha raggiunto quote di potere a dir poco inquietanti. Le opposizioni, esplose in un big-bang cosmico che le frantuma a velocità spaziali, disperdendone la capacità di reazione esponenzialmente. Cosa che deprime mortalmente dato che conti alla mano, in realtà Berlusconi non ha questa maggioranza schiacciante, se gli togli la Lega e metti insieme anche solo PD e Di Pietro questo strapotere sparisce... Conclusione: per quanto stiamo vivendo in un mondo e in una società dove perseguire i nostri veri obiettivi come esseri umani diventa sempre più difficile, visto che chi muove i fili usa metodi sempre più efficaci per ridurci all’impotenza e allo sconforto, non bisogna mai smettere di pensare e di reagire, almeno internamente, intellettualmente, e con i mezzi che abbiamo, individualmente e collettivamente, perchè altrimenti l’affermare che questo è uno stato di cose irrevocabile è già di per sè un’ammissione di sconfitta. Per quanto riguarda in concreto il caso Italia, spero davvero che qualcosa cambi, e presto, visto che quello che c’è in gioco è molto di più dello sputtanamento che teme quel maledetto omuncolo.

presunto innocente o probabile colpevole?


La domanda sorge spontanea leggendo il voluminoso book (a cura del GIP Raffaele Piccirillo) dedicato all'onorevole sottosegretario di Stato all'Economia e alle Finanze, nonchè coordinatore del Popolo della Libertà per la Campania, Nicola Cosentino. Le 355 pagine, che compongono l'ordinanza cautelare nei confronti del politico accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (leggasi Camorra), danno un quadro niente affatto edificante circa la persona oltre che il politico che ha avuto i natali in quel di Casal di Principe, regno incontrastato dei Casalesi (la holding del crimine portata alla ribalta dal libro Gomorra di Roberto Saviano). Per chi ha tempo e voglia qui può sbizzarrirsi nella lettura e nell'approfondimento di fatti e circostanze (http://www.fileden.com/files/2009/9/7/2567672/ordinanza_arresto_nicola_cosentino.pdf). Come si legge nelle carte, dal presunto sodalizio instaurato tra Cosentino e gli uomini del clan dei Casalesi, il sottosegretario "riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione delle elezioni a cui partecipava quale candidato, diventando consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e, quindi, assumendo gli incarichi politici prima di vice coordinatore e poi di coordinatore del partito di Forza Italia in Campania, anche dopo aver terminato il mandato parlamentare del 2001". Cosentino avrebbe quindi "garantito il permanere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa, amministrazioni pubbliche e comunali" consentendo, di conseguenza, "indebite pressioni nei confronti di enti prefettizi e lo stabile reimpiego dei proventi illeciti, sfruttando delle attività di impresa per scopi elettorali, anche mediante l'assunzione di personale e per diverse utilità". Senza addentrarmi oltre nello specifico dell'ordinanza, preso atto che c'è voluto l'intervento di Gianfranco Fini per far desistere Cosentino dalla volontà di candidarsi alle prossime regionali in qualità di Governatore della Campania, accertato che l'indagato ricopre tuttora l'incarico di sottosegretario mi chiedo: che altro ci vuole per far sì che un uomo ritrovi un pò di perduta dignità e si proponga ai suoi elettori facendo l'unico atto moralmente giusto in questo momento, vale a dire rassegnando le proprie dimissioni? A guardare indietro di poche settimane è bastato un trans (nemmeno troppo avvenente) per far dimettere Marrazzo; andando a ritroso di parecchi mesi è stato sufficiente un'inchiesta contro la moglie per far dimettere un Guardasigilli in carica (Mastella), con il rovinoso risultato di far cadere il governo Prodi. Possibile che nessuno vicino a Cosentino avverta la più che legittima necessità di invogliarlo nel perseguire la strada tanto autorevolmente precorsa da suoi simili del mondo politico? E' proprio così difficile rinunciare al privilegio del potere? A quanto pare sì! A questo punto non resta che attendere la decisione della Giunta per le autorizzazioni a procedere che, va ricordato, nella sua storia ha concesso il via libera all'arresto solo in 4 casi (sulle 64 volte che l'Autorità Giudiziaria l'aveva richiesta). Lo credo bene, allora, che la paladina del ripristino del privilegio dei privilegi (santa Margherita Boniver devota di san Bettino) stia facendo di tutto affinchè si ritorni al come eravamo della Prima Repubblica...

mercoledì 11 novembre 2009

salviamo la democrazia e mandiamo il Cavaliere a casa


Non credo sia necessario ripercorrere a ritroso il filo d'Arianna srotolato dall'attuale presidente del Consiglio in merito all'inutilità del Parlamento e delle sue prerogative (con l'indegna proposta di delegare i capigruppo per le operazioni di voto), per non parlare delle molteplici e reiterate occasioni di neutralizzare il sistema giudiziario per evitare la galera. Tutte schegge di politica impazzita alle quali nessuno della maggioranza ha mai cercato di opporsi, con l'unica eccezione di Fini che, come presidente della Camera, non poteva apporre il proprio marchio a questa intenzione di manifesta impronta eversiva. Poco dopo, toccò ancora alla terza carica dello Stato disporre la chiusura del Parlamento per ben nove giorni, in ragione della mancanza di materia su cui discutere e votare (considerato il carattere oramai ordinario della decretazione d'urgenza), oltre che a causa dell'impossibilità tecnica di varare provvedimenti privi di copertura finanziaria. Insomma, una vera e propria sospensione del lavoro parlamentare e il ricorso ad una sorta di cassa integrazione per i rappresentanti del popolo, con la variante che la messa in libertà di deputati e senatori non comporta decurtazione alcuna dei loro non proprio modesti emolumenti. Ora il quotidiano inviso al Cavaliere, la Repubblica, ci rivela che fra il 1° maggio e il 31 ottobre di quest'anno i senatori hanno lavorato, al netto delle ferie, per circa 9 ore la settimana, e i deputati per 18. In questo periodo, le leggi approvate sono state 47, delle quali 36 preconfezionate dal Consiglio dei ministri, mentre per ben 25 volte, negli ultimi diciotto mesi, il governo ha posto la fiducia malgrado la straripante maggioranza di cui dispone in entrambi i rami del Parlamento. La qual cosa è la più lampante dimostrazione che neppure la trasformazione della maggioranza in un'accolita di solerti signorsì è ritenuta dal presidente del Consiglio una garanzia sufficiente e che il più piccolo scarto, la più elementare ed innocua dialettica politica è considerata un attentato al regime autocratico che egli personalmente incarna. Del resto non è stato Fedele Confalonieri, in una illuminante intervista a La Stampa di qualche giorno fa, ha rivelarci candidamente che Berlusconi considera la democrazia, in quanto tale, un impaccio, una perdita di tempo, quando non un vero e proprio ostacolo alla sua politica del fare? Detto ciò, per tornare all'origine del ragionamento, credo che Berlusconi quantifichi la riduzione del potere legislativo ad orpello formale e il Parlamento ad una sorta di dépendance dell'esecutivo finalizzando il tutto ad un effettivo processo di smantellamento della Costituzione. Che sta conoscendo una formidabile accelerazione, se è vero che la magistratura (vale a dire il potere giudiziario) è diventata bersaglio del medesimo assalto frontale. Della libertà di stampa oramai asservita al Pifferaio di Arcore (o nella migliore delle ipotesi annichilita dentro un rigido bipolarismo mediatico) credo di aver ampiamente parlato. La domanda che allora mi viene spontanea è se un quadro di regole formali, caratterizzato dall'opportunità offerta ai cittadini di eleggere in blocco (una volta ogni cinque anni) un monarca dotato di potere assoluto e la sua corte, possa essere considerata una democrazia. Oppure se la paventata fuoriuscita dall'architrave costituzionale rappresentata dalla Carta, sia ormai un fatto compiuto che attende soltanto una sanzione formale. Berlusconi sta perseguendo questo obiettivo (con l'ausilio dell'avvocato Mavalà Ghedini) attraverso progressive rotture, essendosi potuto avvalere, sino ad oggi, di un contrasto dell'opposizione parlamentare talmente tenue e ondivago da risultare inoffensivo.
Se l'elezione di Bersani alla guida del PD segna un'effettiva discontinuità, la si misurerà proprio su questo punto essenziale: costruire con tutta l'opposizione parlamentare e con la sinistra politica e sociale nelle sue plurali articolazioni, un patto per il ripristino della democrazia costituzionale. E magari, con la prossima manifestazione del 5 dicembre a Roma, ci potrebbe essere un primo genuino e veritiero segnale di mobilitazione contro l'attacco del Caimano alla libertà individuale e di massa, generando quella necrosi del sistema giudiziario soltanto per salvarsi le chiappe dall'inevitabile condanna per le sue malefatte passate e presenti (e pure future). A tutto questo dobbiamo dire tutti insieme un gigantesco e irremovibile NO! Sarebbe della massima importanza se quanto vi è di vitale e di non rassegnato nella società italiana si unisse a questa mobilitazione e costituisse l'abbrivio di una nuova e più promettente fase della politica italiana.

giovedì 5 novembre 2009

il muro di gomma del segreto di Stato


Questa volta si può proprio dire che Berlusconi ha battuto Prodi per 2 a 1. Sto parlando del risultato finale della partita giocata sul vergognoso uso indiscriminato del segreto di Stato sull'affare Abu Omar, l'Imam di Milano rapito il 17 febbraio 2003 da una decina di uomini della CIA con l'ausilio di un carabiniere e di altri uomini al servizio del SISMI. Ma per la giustizia (si fa per dire) italiana i due principali responsabili del Servizio di Sicurezza Militare Italiano, vale a dire Nicolò Pollari e Marco Mancini, non sono perseguibili in virtù del famigerato segreto di Stato apposto dal governo Berlusconi (in carica nel 2003 all'epoca del rapimento), dal governo Prodi (nel 2006) e ancora dall'attuale governo del Pifferaio di Arcore. Ancora un muro di gomma, quindi, che va a smorzare fragorosamente la legittima sete di verità e di giustizia degli italiani, ancora una volta frustrati nel loro senso civico e libero. Per la cronaca, il Pubblico Ministero Armando Spataro aveva chiesto per Pollari e Mancini rispettivamente 13 e 10 anni di reclusione, ma si sa, in questi casi non c'è nemmeno bisogno di un pur minimo "Lodo" salva-Sismi: basta il segreto di Stato. Basta e avanza. E curiosamente questa volta la stampa prona e appecoronata di fronte a Berlusconi non dice nulla o quasi, con la solita eccezione dei giornali comunisti, come li chiama il Pifferaio. Quando conviene è d'uopo non far troppo rumore e magari concentrarsi con i titoloni sul solito Fini e sui soldi di Marrazzo. Così l'attenzione viene dirottata, come quell'aereo non tanto segreto che portò Abu Omar dalla base di Aviano in Egitto per un simpatico soggiorno gratuito a base di scariche elettriche e nefandezze similari. Durante questo processo farsa milanese il generale Pollari ha avuto anche la faccia tosta di dichiarare che il segreto di Stato non copriva le sue responsabilità ma, addirittura, la sua innocenza e che nello specifico lui non aveva mai impartito ordini o direttive che autorizzassero il sequestro dell'Imam. Parole oscene che danno il contorno della sua menzogna avallata dalle istituzioni italiane ai più alti livelli: praticamente, in buona sostanza, Pollari ne era al corrente (del sequestro) ma a causa del fatto che l'Italia è alleata degli Stati Uniti (più che alleati oserei dire sudditi) lui non ha potuto fare nulla per impedire il fattaccio. In pratica, secondo la teoria alquanto bislacca del generale, quando succedono queste cose bisogna abbozzare e guardare dall'altra parte. Del resto, mi permetto di osservare, ci sono state in passato tante vicende sanguinose ed eclatanti che hanno visto il nostro Paese come scenario impotente e accomodante e nessuno ha mai potuto fare nulla di concreto per scoprire (o almeno cercare di farlo) i colpevoli e i responsabili dei fatti avvenuti, proprio perchè la verità era quasi sempre imbarazzante da coprire con il velo pietoso del segreto di Stato. Siamo e siamo sempre stati un Paese a sovranità limitata, scelto (non a caso) per la dislocazione come naturale teatro degli scontri e degli incontri tra Paesi della NATO e Paesi dell'Est, tra servizi segreti israeliani e arabo-palestinesi; il tutto senza che i nostri governi potessero mai alzare la voce per far valere la propria sovranità o per difendere un minimo di dignità nazionale. E mi sarebbe sembrato molto strano che lo avesse potuto fare, con un legittimo intervento, un tipo come Berlusconi. Per non parlare di Angelino Alfano...

sabato 31 ottobre 2009

la morale del caso Marrazzo


L'altra sera la puntata di Annozero (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e80d4cf5-edef-484e-9e94-ac1f7ce59eeb.html?p=0") è stata interamente dedicata ai riflessi politici e personali scaturiti dal caso Marrazzo, di cui ho già parlato nell'altro mio blog (http://tpi-back.blogspot.com/2009/10/un-trans-chiamato-desiderio-di-vendetta.html). Onore al merito per Santoro il quale, così facendo, non ha prestato il fianco alla solita stampa spazzatura made in Berlusconi che tempo fa lo invitava a trattare anche il caso del trans (http://rassegnastampa.formez.it/rassegnaStampaView2.php?id=184247) e non soltanto della escort. Detto fatto. Televisivamente parlando è stato un altro boom di ascolti, con 6.125.000 italiani incollati davanti al video per seguire le due ore di trasmissione. E a margine di ciò viene facile esprimere qualche piccola riflessione. Quello che mi colpisce d'acchito del caso Marrazzo è che, rispetto allo scandalo delle escort e delle lolite varie che frequentavano Palazzo Grazioli e Villa Certosa, la cosiddetta società civile fa una sostanziale differenza quantitativa (e forse qualitativa) rispetto ai due casi, come a dire che Berlusconi era ancora entro il limite mentre Marrazzo questo limite lo ha superato. A mio modo di vedere il punto è un altro e non riguarda il dubbio se sia più grave per un uomo sposato (che ricopre un ruolo istituzionale) andare con le ragazzine o con i transessuali. Il punto è il seguente: quanto conta ancora cercare un nesso e una coerenza tra pubblico e privato? Ha ancora senso chiedersi chi è veramente una determinata persona e non soltanto quello che questa persona fa? Forse, andando a riguardare un pò di storia, si potrebbe scoprire che non solo ha senso farlo, ma che porsi questo semplice quesito potrebbe rappresentare un evento nuovo, anacronistico, quasi surreale. Solitamente, per la società, contano solo i fatti (quelli pubblici, ovviamente) e mai l'identità di colui che compie quei fatti. Un pensiero millenario che ha le sue radici nell'antica filosofia greca e che ci ha abituato inesorabilmente a credere in una visione dell'uomo come un essere scisso: un uomo che non potrà mai risolvere le sue più profonde contraddizioni e perversioni ma che, tutt'al più, potrà controllarle con la coscienza e con la ragione vigile. Ovviamente potrà compensare talune debolezze personali (come Marrazzo ha definito le sue frequentazioni trans...versali di via Gradoli) con grandi opere pubbliche o politiche o filosofiche o letterarie o artistiche (stile le barzellette del Cavaliere...). Sono quelle le cose che contano, non altro. Basterebbe poco per ripescare, nel passato storico, esempi eclatanti di illustri pensatori, di grandi statisti o di indimenticati artisti (per non dire di immancabili psicanalisti) rispetto ai quali non contava nulla essere un nazista, un pedofilo, un violentatore o uno schizofrenico. Quello che contava era la scissione che sta a dimostrare come ci siano due persone diverse anzichè una. Il messaggio subliminale è che siamo tutti così: siamo tutti scissi, anche se non facciamo, non scriviamo, nulla di particolare o di importante nella nostra vita. Partendo quindi da una visione dell'uomo che dice che tutti hanno una bestia dentro di sè (e che hanno il loro ben da fare per tenerla a bada) e che alcuni membri della società fanno qualcosa di eccelso e che solo per questo debbono essere giudicati. Anche se ricoprono un ruolo pubblico, anche se potrebbero essere presi ad esempio. Tanto siamo tutti fatti così. Ma è proprio vero? E' proprio così sciocco chiedersi se esiste un nesso tra la filosofia esistenzialista di Heidegger e il fatto che lo stesso avesse una tessera del partito nazista in tasca? O il nesso tra i romanzi e le poesie di Pasolini e il fatto che lo scrittore massacrato fosse omosessuale e praticasse la pedofilia? Qualcuno potrebbe obiettare che queste sono libertà personali e che non vanno giudicate nè condannate perchè quello che conta è il pensiero, magari espresso in azioni e in parole scritte. Ma queste parole chi le ha scritte? Un'altra persona? Certo che no. Siamo fatti di anima immortale e di corpo corruttibile. E qui ritorna la scissione. E tornando al caso Marrazzo, perchè allora il Governatore del Lazio si è sentito in dovere di lasciare la sua carica (mentre altri non avvertono la sua stessa esigenza) e di ritirarsi dalla scena politica? Fino a prova contraria Marrazzo ricopriva un ruolo pubblico di amministratore: poteva benissimo continuare a svolgere in maniera egregia il proprio lavoro, con o senza frequentazioni di transessuali. E allora, in questo specifico caso cosa è accaduto? Cosa si è rotto nel meccanismo? L'ex Governatore ha confessato, in un'intervista al quotidiano la Repubblica, di aver toccato il fondo nel momento in cui ha notato la reazione della figlia davanti alle immagini trasmesse dalla tv, davanti al fatto compiuto, alla rivelazione del vizietto. Ma quei fatti, quelle azioni, quelle scelte di vita esistevano già prima, andavano avanti da anni e rappresentavano quasi il segreto di Pulcinella. Invece sembrava che tutta quella sfera privata di Marrazzo, per il solo fatto che non era ancora stata messa sotto l'occhio di bue della stampa e della televisione pruriginosa e affamata di gossip, non esistesse. Non fosse mai esistita. E allora cos'è questa? Perversione sessuale o schizofrenia? E' proprio vero che un uomo (o una donna) che svolge un'attività pubblica, che ha una responsabilità verso la comunità, piccola o grande che sia, non ha (o non dovrebbe avere) una vita privata? O meglio, non dovrebbe averla fintanto che s'intende (per vita privata) quel lato oscuro della personalità che qualcuno vorrebbe farci credere essere ancora perverso, malato, disumano e diabolico? A ben vedere, e con il lume della ragionevolezza, è sufficiente che la vita privata sia cristallina, coerente con la vita pubblica e con l'attività politica svolta. Non si avvertirebbe, così, la necessità di renderla pubblica e di darla in pasto a famelici cultori dell'informazione un tanto al chilo. Tutt'al più, se proprio qualcuno ci tenesse a svelarla, piuttosto che nuocere avrebbe l'effetto contrario: rinforzerebbe, gioverebbe e giustificherebbe, nella realtà dei fatti, quelle che sono le idee e le azioni pubbliche di una determinata persona. Il problema sarebbe solo rappresentato dall'esatta definizione di vita privata cristallina. In fondo, ma proprio in fondo, tutti noi vorremmo averla una vita cristallina. Senza scissioni. e che rappresenti un bell'esempio per tutti. Anche per quelli che non avvertono l'esigenza di seguire l'esempio rappresentato dal gesto di Marrazzo. Quello di rassegnare le dimissioni, ovviamente.

sabato 24 ottobre 2009

il momento della scelta


Domani, domenica 25 ottobre, finalmente il Partito Democratico incoronerà il nuovo segretario nazionale di quello che dovrebbe essere (e che mi auguro ardentemente sia) il maggior partito di opposizione del nostro Paese. Quello stesso partito che un giorno, spero non troppo lontano, dovrà prendere le redini del comando e della guida politica, nonchè sociale ed economica, che porterà l'Italia fuori dal guado del berlusconismo e dal conseguente abbrutimento morale e materiale in cui attualmente si trova. L'elezione del nuovo segretario del PD sarà la prima e forse unica certezza all'interno di un florilegio di indecisioni e di stati di confusione. Le incognite la fanno da padrone: non si sa se vincerà il segretario-traghettatore (Franceschini) o lo sfidante favorito dai rumors (Bersani) o perchè no il terzo incomodo (Marino). Non si sa se andranno a votare in tanti come due anni fa per Veltroni (tre milioni e mezzo) o come quattro anni addietro per Prodi (quattro milioni e trecentomila). Non si sa se il prossimo segretario sarà più combattivo, più pugnace e meno gentile nei confronti del Cavaliere. Non si sa se miglioreranno o peggioreranno i rapporti del PD con l'alleato scomodo (Di Pietro) o con quello possibile (Casini). Non si sa neanche se qualcuno tra gli eventuali sconfitti del dopo nomina farà le valigie e abbandonerà la bella compagnia. A ben vedere non sono pochi gli interrogativi nell'immediata vigilia dell'evento anche se la prima incognita (quella sul nome del leader) contiene in verità tutte le altre. Osservando lo stato attuale delle cose, mi viene da rimarcare come i due maggiori indiziati alla carica di segretario abbiano messo insieme, in omaggio alla tradizione delle mescolanze passate, due squadre con molti oriundi. E una in particolare (la Binetti) ha terremotato ancor di più la situazione con il suo esasperato dissenso in coda alla proposta di legge sull'omofobia targata PD. Al netto dei torti e delle ragioni, comunque, quello che colpisce è il poderoso incedere del caos, delle continue frammentazioni e delle ripicche storiche di antiche e mai sopite rivalità all'interno della galassia rossa. Il fatto principale (e quasi mai sufficientemente biasimato) è che il Partito Democratico ha stabilito il suo insediamento su un territorio politico molto esteso, anche troppo, che va dai teodem alla Fiom. Lo ha fatto, purtroppo, rimandando al futuro il compito di elaborare un'identità che tenesse tutti insieme nel nome del riformismo e dell'antiberlusconismo. Lo ha fatto, è questo il punto, dall'angolo dell'opposizione che in genere è il luogo meno agevole per aggiustare le cose. Lo avesse fatto durante i tempi della maggioranza di governo sarebbe stata tutta un'altra storia. Ma l'ha fatto anche senza una leadership forte e incontrastata (purtroppo non ne nascono più di Berlinguer...): Veltroni ha avuto il suo daffare nel lottare contro le correnti avverse; Franceschini ha ereditato tutti i suoi avversari e non tutti i suoi alleati. L'ex vice di Veltroni ha reagito attaccando Bersani e D'Alema provocando, forse a sua insaputa, uno scenario da guerra di tutti contro tutti che, di solito, non credo sia il miglior viatico per una nuova avventura politica. In buona sostanza il bilancio è alquanto critico e il pronostico per quello che avverrà a partire da domani lo è ancora di più. Ma a mio avviso, e nonostante tutto, il PD ha almeno tre frecce al suo arco: la prima è rappresentata dall'oggettiva difficoltà all'interno della maggioranza del Popolo della Libertà, alle prese con la grana Tremonti che induce a pensare in positivo, per il PD ovviamente, in caso di un peggioramento delle cose nella casa berlusconiana. Se (come sembra) dovessero accentuarsi i problemi per il PdL, è ovvio che il principale partito dell'opposizione vedrebbe risalire le sue quotazioni politiche ed elettorali. La seconda freccia in mano al PD è rappresentata dalla mobilitazione che susciterà nella gente l'evento di domani: se dovessero affluire nei gazebo molti più elettori rispetto alle previsioni, è quasi scontato che l'aria cambierà, in meglio ovviamente, contribuendo a portare in seno al partito un clima più respirabile, più sereno e finanche più ottimistico rispetto alla possibilità di mandare a casa il Pifferaio di Arcore. E per finire la terza freccia: la nuova leadership, qualunque essa sia (personalmente faccio il tifo per Bersani). Il nuovo segretario del Partito Democratico avrà dalla sua una nuova e mi auguro lunga luna di miele con l'elettorato: potrà sfruttare la spinta di un'investitura popolare per dare al suo partito la sterzata di cui ha bisogno. E se davvero una di queste tre frecce raggiungerà il bersaglio (e da lunedì mattina lo vedremo) allora, e solo allora, si potrà intravedere la prima luce, per quanto fioca, alla fine del tunnel nerissimo del berlusconismo del terzo millennio. E non ci sarà bisogno di inforcare occhiali protettivi...