l'Antipatico

martedì 28 luglio 2009

l'Italia (filoleghista) intollerante e razzista


Il Paese della pizza e del mandolino sta diventando sempre più il Paese del razzismo e della tolleranza zero. Non ci facciamo proprio una bella figura come Paese tra i Grandi, con un presidente del Consiglio che ancora si crede uno statista e con la Lega che si cuce addosso una camicia nera, soppiantando quella verde. Gli ultimi fatti di cronaca stanno lì a testimoniare come l'Italia sia diventata brutta, sporca e cattiva. Molto cattiva. Nessuno ha chiesto scusa (per esempio) a Mohamed Hailoua, un giovane marocchino residente in Italia dal 2004, escluso dall’assunzione all’Atm di Milano perché extracomunitario e poi riammesso dal tribunale del lavoro, che ha definito discriminatorio il comportamento dell’azienda dei trasporti milanese.
Come nessuno chiederà scusa ai presidi del Sud che il Consiglio provinciale di Vicenza non vuole dalle loro parti. E ci sarà forse chi chiederà scusa al ragazzo napoletano costretto a cambiare scuola a Treviso perché emarginato e offeso dai compagni?
Ebbene lo faccio io: a nome della gran parte degli italiani che ancora si indigna e rifiuta una deriva xenofoba. Quella stessa deriva a cui sta portando il risultato di una politica che mira a escludere e non a integrare e che si sta declinando in una miriade di fatti preoccupanti su tutto il territorio: dalle botte alla signora senegalese in un giardino pubblico di Torino, ai pesanti e volgari cori contro i napoletani nei raduni leghisti. In mezzo c’è la richiesta di non far salire cinesi e zingari sugli autobus di Firenze, perché puzzano; quella dei vagoni della metropolitana di Milano riservati agli italiani; la negazione della cittadinanza a un egiziano nella Bergamasca perché non conosce bene la grammatica italiana (proviamo a fare lo stesso con i nostri connazionali?). La cattiveria politica, sdoganata da un ministro della Repubblica, è entrata nelle scelte di vita quotidiana, e ogni azione che separa è accolta dal grido: «Finalmente, era ora!». Il professor Alessandro Campi, direttore della Fondazione Fare futuro di Gianfranco Fini, ha commentato: «La Lega e il leghismo hanno vinto la loro scommessa disgregante sul piano emotivo, mentale e della sensibilità collettiva». È un’amara constatazione, mentre ci si avvia alla celebrazione dei 150 anni dall’unità d’Italia. È ancora una nazione questa Italia lacerata da crescenti tensioni tra nordisti e sudisti, senza più senso di appartenenza e identità, tutti contro tutti, e ciascuno per suo conto, come scrive il sociologo Ilvo Diamanti su la Repubblica? Non ci va più bene neppure Cinecittà a Roma, ora si invoca Cinepadania per purificare l’accento troppo romanesco delle fiction tivù. Anche Sordi, l’Albertone nazionale, rischia di finire sacrificato sull’altare del sacro egoismo territoriale, diventato strumento di consenso. E spesso, di ricatto.
L’ultima trovata di una politica creativa si è avuta durante il dibattito sul decreto anticrisi: «Non perdiamo di vista l'obbiettivo della tutela delle famiglie e delle imprese del Nord, perchè saranno loro a tirarci fuori dalla crisi». Parola di un deputato del Carroccio. Benvenuti, quindi, nella nuova disunità d'Italia. Disfatta la nazione, siamo passati a disfare gli italiani! E così assistiamo alla nascita di un partito del Sud, mentre il Nord si arrocca nella sua presunta purezza padana, e il criterio della residenza viene annoverato tra i diritti per accedere a un posto di lavoro. E anche l’integrazione degli immigrati si vela di discriminazione se il ministero delle Pari opportunità propone una Commissione per la salute delle donne immigrate. E per i maschi irregolari? Non ci vorrà molto tempo, di questo passo, per sradicare dalla coscienza del Paese l’art. 3 della Costituzione italiana. Lo ripropongo, perché ognuno rifletta: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Vogliamo ancora continuare a essere una nazione? Io spero sempre di sì. Nonostante tutto.

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