l'Antipatico

giovedì 16 luglio 2009

il caso Grillo & la ragnatela del PD




Non ho voluto intervenire nei giorni scorsi sulla querelle sorta dopo la rumorosa uscita di Beppe Grillo che annunciava la sua candidatura a segretario del Partito Democratico. Non l'ho fatto anche per leggere meglio tra le righe messaggi e interpretazioni di questo ennesimo strano modo di conflittualità basata a volte sul niente, o sul poco. La provocazione politica del comico e blogger genovese rappresenta pur sempre, a mio giudizio, un minuscolo episodio, nel quale a una palese e roboante strumentalizzazione politica si contrappone una contestazione anagrafica, dove si può leggere il problema di fondo del PD. In questo partito, che pure è un grande partito con la responsabilità principale dell’opposizione che è funzione essenziale della democrazia, non c’è nessuno che abbia l’autorità per dire semplicemente e conclusivamente che per chi insulta metodicamente il Presidente della Repubblica, il Parlamento, e, già che c’è, anche il Pontefice, in questo partito, dicevo, non c’è posto per evidenti ragioni politiche. D’altra parte, chi lo facesse, si troverebbe immediatamente immerso in una ragnatela di controversie giurisdizionali e burocratiche, consentite da uno statuto la cui stesura era stata attribuita da Franco Marini a un perfido dottor Stranamore. Lo statuto, naturalmente, non è la causa ma la conseguenza della difficoltà di decisione e di scelta che caratterizza il PD e non da oggi. Se oggi un dileggiatore professionale del PD può proporsi di diventarne segretario è perché nei suoi confronti non è stata condotta una critica seria quando era ora. L’idea elementare e sbagliata che, in fondo, tutto quel che si agita contro il governo può aiutare l’opposizione, ha impedito al Partito Democratico di darsi un carattere pienamente autonomo e riconoscibile, nonostante le opposte proclamazioni di autosufficienza maggioritaria. La difficoltà a far emergere le questioni politiche in un confronto netto e chiaro, d’altra parte, anche su un piano più serio, lascia spazio a chi propone prospettive parziali e quasi monotematiche, come quelle sostanzialmente favorevoli all’eutanasia sostenute da Ignazio Marino. Sembra che si vada verso un partito che non riesce a sciogliere, in modo comprensibile e secondo il principio maggioritario, le alternative che si pongono su questioni tipicamente politiche, da quella delle riforme istituzionali alla linea di politica economica, mentre rischia di negare la prevalenza della coscienza sulle questioni che rivestono un carattere etico prevalente. Esattamente l’inverso di quel che sarebbe necessario, e che peraltro sta scritto nei dimenticati documenti di fondazione, a cominciare dalla cosiddetta carta dei principii. Non c’è da rallegrarsi, nemmeno da parte della maggioranza, di una deriva confusa e inconcludente per la maggiore forza di opposizione. Una democrazia compiuta si basa sulla competizione tra due classi dirigenti politiche che interpretano in modo alternativo l’interesse nazionale. Se questo carattere viene meno da una parte, è in pericolo anche dall’altra. Il problema è che la qualità del ceto politico del PD, indebolito dalle sconfitte elettorali, richiede uno scatto, un’assunzione di responsabilità nazionale e civile che gli permetta di distaccarsi con autorevolezza da un fondo paludoso fatto di insinuazioni, di propagandismi estemporanei, di radicalismi strumentali. Questa è la prova vera che attenderà il partito il prossimo 11 ottobre in occasione del congresso. E non sarà una prova facile.

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