l'Antipatico

giovedì 14 gennaio 2010

le solite balle berlusconiane


E' un pò come rimettere l'orologio sentendo il cannone del Gianicolo a mezzogiorno a Roma. Ogni qualvolta il presidente del Consiglio annuncia alla nazione un qualsiasi provvedimento (e stavolta l'aveva fatto in modo alquanto clamoroso ed inaspettato, concedendo la prima intervista al nemico: http://www.repubblica.it/politica/2010/01/09/news/ritorno-berlusconi-1885954/), state pur certi che, tempo 24 ore, ci sarà l'immancabile marcia indietro: un classico berlusconiano. E questa volta ha davvero qualcosa di patetico la retromarcia sul tema delle tasse compiuta dal novello Scarface (azzeccatissima definizione del mio amico DAVIDE) che aveva ripresentato al giornalista di Repubblica il suo antico sogno della riforma a due aliquote Irpef: al 23 e al 33 per cento. Ed è una tristezza che induce a pensare quanto continui a pesare, sulla nostra società, l'insieme degli interessi e delle clientele che generano la spesa pubblica e che sono schierati a difesa dello status quo. Perché (e di questo sono fortemente convinto) se il governo volesse ridurre le uscite e accantonare i progetti faraonici, non c'è dubbio che un ridimensionamento delle imposte sarebbe possibile. Ma il premier ci ha detto chiaramente che se dovesse scegliere tra la rivoluzione liberale (e la difesa di questa Italia in declino) e i suoi vizi, egli opterebbe senza indugio per la seconda soluzione. Le recenti preoccupazioni del suo fidato scudiero economico, l'ineffabile Giulio, in merito alla tenuta dei conti pubblici (rievocate da Berlusconi quale impedimento al taglio delle imposte) potevano anche essere prese nella giusta considerazione, ma non rappresentavano di certo un ostacolo insuperabile. A mio modesto avviso si possono aiutare sia il bilancio pubblico che l'economia produttiva italiana se insieme al taglio del prelievo fiscale si procede anche in altri ambiti. E' un dato acclarato quanto sia urgente liberare lo Stato dal fardello degli enti pubblici, usando le risorse ottenute dalla cessione di Eni, Enel, Poste Italiane e tutto il resto per ridimensionare il debito pubblico e di conseguenza gli interessi da pagare. Evidentemente, i privilegi e le logiche privatissime di quanti amministrano il parastato hanno fatto premio sulla necessità di aiutare l'economia nel suo insieme. Un tema alquanto importante è sicuramente il federalismo fiscale perché, se quello delineato dal governo fosse davvero tale (prospettando un sistema di imposte manovrabili e bilanci veramente locali), sarebbe più che legittimo attendersi una razionalizzazione dei servizi, una riduzione delle uscite, un ridimensionamento degli oneri. Se però non sarà così (e all'orizzonte non vedo nulla di buono), allora avremo solo un pericolosissimo federalismo di spesa, con tasse decise da Roma (dal duo B&B) e solo più soldi lasciati in periferia, con un conseguente aumento dei gravami sul bilancio generale. Un motivo in più, quindi, per non tagliare le imposte. Altro dato importante è costituito dall'esigenza di cancellare quell'insieme di aiuti alle imprese che, per loro natura, seguono logiche discrezionali anche quando sono venduti come interventi di carattere ecologico. Ed egualmente si può dire che una riduzione importante delle uscite verrebbe dalla rinuncia (da parte dei ministri berlusconiani) a giocare a Monopoli con i soldi altrui, rinunciando a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. Insomma, se si mettessero in soffitta (come sarebbe giusto fare) il ponte sullo Stretto, la Tav, la Banca del Sud, il nucleare di Stato e ogni altra grande opera variamente keynesiana (e berlusconiana) sarebbe possibile trovare risorse da lasciare a chi davvero produce ricchezza. Con ogni probabilità, nel momento in cui ha rispolverato (dopo ben 16 anni!) il vecchio progetto di abbassare le imposte e realizzare il progetto che fu tremontiano delle due aliquote, Berlusconi ha avuto l'ultima chance storica di fare davvero qualcosa di liberale. La goffa smentita di sé delle ultime ore segna la definitiva fine non già del suo sogno, ma di quello cullato da quanti hanno pensato che egli potesse aiutare il Paese a muoversi verso una riduzione della sfera del potere pubblico. Non sapendo che il Caimano (come il coccodrillo) mangia i suoi figli (o propositi, che dir si voglia), versando le scontate e relative lacrime. Tanto per cambiare.

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