l'Antipatico

sabato 19 settembre 2009

il crepuscolo di un (quasi) leader


Ho volutamente usato il termine quasi nel titolo di questo mio post proprio per evidenziare che per me Berlusconi non è da considerarsi un leader, almeno nell'accezione etimologica che generalmente se ne dà. Potrà essere considerato un leader da chi l'ha votato in questi quindici anni e sicuramente sarà così, ma di certo non lo considero un punto di riferimento (se non nel riferimento negativo) per la nostra storia politica e sociale a cavallo dei due millenni. A prescindere comunque dal mio modo di pensare sulla figura dell'attuale premier, quello che mi pare più opportuno sottolineare in questo momento è che la parabola discendente del settuagenario meneghino sia oramai nella sua fase finale. E non credo di essere il solo a dirlo in questi ultimi tempi. Anzi, da più parti si parla della possibile prossima uscita di scena di Berlusconi. Qualcuno addirittura immagina, per l’ennesima volta, che ciò possa avvenire per via giudiziaria. La curva declinante del Pifferaio di Arcore è iniziata ma bisogna dire, con onestà, che sarà lunga e dolorosa ed è facile immaginare che diventerà la pagina più vigorosa e velenosa della sua ormai lunga carriera politica. Una cosa però dovrebbe essere chiara: l’unico modo possibile di sconfiggere davvero Berlusconi sarà anche il più difficile, quello che non prevede scorciatoie, ma il passaggio attraverso la via maestra delle urne, il lavacro democratico. Gli esiti della scommessa sono incerti e i tempi potranno essere brevi o lunghi, questo non si sa, dal momento che i fattori di accelerazione o di blocco della crisi potranno essere molteplici; saranno possibili momenti e fasi di transizione, ma Berlusconi verrà vinto nel Paese soltanto quando sarà battuto in una libera competizione elettorale da uno schieramento che non sarà solo unito dal fatto di essere tutto contro di lui, ma in grado di proporre e di affermare un’altra e più convincente idea di Italia. Ci sono uomini politici che in questo periodo incominciano a delineare strategie e scelte future (o futuribili) come Fini e Casini (che non rappresentano certo una novità nel panorama nazionale); ci sono poi altri soggetti che si pongono l’obiettivo di girare pagina con l’oramai lunga, consunta e dannosa transizione italiana. A mio modo di vedere sarebbe bene, invece, che i liberi e i forti di ogni schieramento facessero ciascuno la propria parte, senza essere tirati per la giacchetta dagli amanti delle formule geometriche, che non rispondono mai alla forza e alla vitalità della politica. Sarebbe importante che la condizione per camminare insieme non fosse animata dall’arroganza e dalla velleità di chiedere all’altro di essere diverso da ciò che è, ma dalla ricerca tenace di quel comune denominatore riformista che dia ragione e speranza al difficile percorso da compiere. In effetti, pensare nuove alleanze possibili non significa affatto abbattere il bipolarismo, ma ritenere insufficiente e quindi ridefinire quello che oggi c’è, che chiaramente non funziona a livello politico, sia con maggioranze risicate come quella dell’ultimo esecutivo Prodi, sia con maggioranze blindate come quella attualmente al governo. Solo a questa condizione potrà farsi strada un’altra idea di Italia, riformatrice, nazionale, popolare, moderna, repubblicana, europea, laica e solidale, quella di cui il Paese ha bisogno. E questa strada sarà ancor più libera e percorribile non appena sarà giunto al suo naturale capolinea il crepuscolo del (quasi) leader meneghino. Oltre che settuagenario.

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