l'Antipatico

sabato 4 aprile 2009

ma chi mandiamo a Strasburgo?




Le elezioni europee di giugno non si svolgono di certo domani, ma il tempo a disposizione per preparare le liste e per decidere alla fine chi mandare a rappresentarci (parlo almeno per chi gravita nell'area del centrosinistra come chi vi scrive) al Parlamento di Strasburgo non mi sembra poi tanto. Sono felicissimo della candidatura della giovane (non mi sembra certo una lolita, avendo 38 anni) di Udine, Debora Serracchiani, messasi clamorosamente in luce a Roma, lo scorso 21 marzo, durante l'assemblea dei circoli del PD (http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=7d41e695-4803-41ea-8127-f595e2bf1899). Una donna con le idee chiare e con la faccia televisiva pronta per raggiungere quanti più elettori indecisi possibili, che oscillano nel limbo dei non berlusconizzati e degli ex sinistroidi radicali senza patria e senza scranni. Dario Franceschini ha scelto di candidare la brava e bella friuliana perchè ha capito che bisogna investire sui giovani, non più sulla nomenklatura. E come per incanto, adesso, dal PD si alza un grido d’allarme sulle liste elettorali per le europee. Non mi riferisco solo a quelli di Bassolino e Mercedes Bresso, governatori tagliati fuori dalla regola di Franceschini sulla incompatibilità per gli amministratori. Faccio riferimento a qualcosa di più grave. Il segnale che i capi del partito stanno lanciando (forse senza rendersene conto) agli elettori e anche agli avversari: il loro disimpegno dalla corsa personale per Strasburgo, a cominciare da quello del segretario, viene letto come rinuncia a competere per vincere. Come riconoscimento anticipato di sconfitta. Al limite, nelle versioni più maligne, come desiderio di non farsi coinvolgere troppo.Non metto in discussione il senso e la correttezza della scelta di Franceschini, accompagnata (o seguita? o preceduta?) dalle rinunce di D’Alema, Rutelli, Fassino, Veltroni, Bersani, Marini. Persone serie, ci mancherebbe altro, che non vogliono però seguire il Pifferaio di Arcore nell’inganno di candidarsi per un seggio che non occuperebbero mai. Già, però è obbligatorio chiedersi: quanto paga questa correttezza? E qual è, di converso, il suo prezzo? Dispiace dirlo, ma l’argomento usato dal caimano per rispondere su questo punto funziona: certo che sono capolista solo per bandiera, ha detto, lo faccio perché questo è il compito di un leader. Nelle schermaglie della campagna elettorale questo sarà il suo tormentone. Rivolto a quali interlocutori, però? A quali rivali? A Cofferati? A Silvia Costa? A Bettini? A D’Antoni? Tutti dirigenti di primo piano e di prima qualità, ma l’elettore normale si chiederà: sono questi i capilista del Partito Democratico?, dunque gli avversari di Berlusconi capolista in tutte le circoscrizioni, e dei suoi ministri più popolari? Correttezza versus muscoli. Questa rischia di essere la scelta di fronte alla quale si troveranno gli elettori. In tempi di crisi, di disorientamento, di insicurezza, non c’è neanche da dubitare su dove possa pendere la bilancia. Non quella degli elettori già decisi (che già danno una bel vantaggio al Popolo della Libertà), ma quella degli indecisi. Si dice: vogliamo nelle liste gente che sappia raccogliere voti sul territorio. Sacrosanto (più che altro inevitabile, con le preferenze). Basta coi paracadutati e con gli amici degli amici e con i figli di. Si dice anche, nella base del PD: fateci scegliere i nostri candidati, vogliamo contare e vogliamo un rinnovamento autentico. Tutto giusto. Infatti qui si discute sui capilista, le bandiere, non sul corpo dei candidati. E si discute di leader, del tipo di quelli citati, che sono stati recordmen di preferenze raccolte. «Quando la casa brucia tutti devono dare una mano» questa è la recente frase di Sergio D’Antoni, che pure si vorrebbe capolista al Sud. Come dargli torto? Aggiungiamo che i duelli intestini al Partito Democratico, di cui si ha notizia qua e là in questi giorni, sarebbero molto meno gravi (anzi, forse non ci sarebbero affatto) se non dovessero riguardare i primi posti, bensì le posizioni di rincalzo. La decisione è presa, dunque, e questa vale solo come recriminazione. Cioè poco più di nulla. Speriamo vivamente di non dovercene ricordare l’8 giugno, pentendoci a cose fatte come è già accaduto lo scorso anno a proposito della scelta degli alleati (e, anche allora, dei candidati). Chi vivrà vedrà.

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