l'Antipatico

giovedì 12 marzo 2009

il puparo & i suoi burattini


Non penso di dover spiegare più tanto a chi ho dedicato il post che sto scrivendo. Il titolo mi sembra oltremodo esplicativo. Il personaggio principale (il puparo) è sempre lui, il signor Silvio B.; naturalmente i burattini non possono che essere i circa quattrocento (poche donne e tanti uomini) che formano il gruppo parlamentare del partito di plastica. E che in fondo è anche l'ossimoro di se stesso. Un partito che si chiama Popolo delle Libertà e che nega la libertà di voto e di espressione ai propri eletti (volendone concentrare nelle mani del puparo ogni sentore di aspirazione alla libertà stessa) è un partito di plastica, ma di quella più scadente. Il più grande gruppo parlamentare della storia della Repubblica che non riesce a sbarazzarsi del proprio padre-padrone, ostinatamente convinto che la sua mente sia sopra ogni cosa e ogni volontà. Quattrocento e più persone che di mestiere fanno i deputati e i senatori del Popolo delle Libertà, ma che in realtà non hanno nemmeno l'occasione di esprimersi sul loro destino. Il Pifferaio di Arcore ha fondato per loro un partito unico mentre si trovava sul predellino di una Mercedes in Piazza San Babila a Milano: un partito unico (ma pur sempre di plastica) in cui ci stanno scivolando dentro. Alleanza Nazionale ha improvvisato un congresso, Forza Italia nemmeno. Ma non sono felici. Non è allegra la vita di deputati e senatori del PdL. In un anno ormai di strapotere berlusconiano è stata approvata una sola vera legge che non fosse la conversione di un decreto del governo: il lodo Alfano, per tirar via il signor B. dal processo Mills. Dunque in tanti si sono lamentati. A loro modo, certo. Ringraziando il puparo all'inizio e alla fine. Ma insomma, a loro non gli va di star lì solo a votare decreti, fiducie o deleghe a Tremonti. Si poteva pensare che c'era qualcosa da correggere nel rapporto tra il governo e la sua maggioranza. Si potevano prendere sul serio i tormenti sull'identità di AN o magari le giustificate paure per la concorrenza della Lega. Poi, in ritardo, è arrivato il puparo. Dal palco stava intervenendo qualcun altro, ma è sparito: forse inghiottito da una botola. Il signor B. ha salutato e ha spiegato che voleva fare presto perché i deputati dovevano tornare in aula a votare. Ha detto che se prima era importante che i parlamentari fossero sempre presenti al voto adesso con il sistema delle impronte digitali è ancora più importante. Ha detto: guai a chi manca, sto ancora cercando quei 63 che erano assenti all'ultimo voto di fiducia. Lo hanno applaudito forte, anche quei 63 nascosti tra la folla. Allora il puparo ha aggiunto che stava pensando a un'alternativa per alleviare la fatica ai suoi burattini: togliergli il diritto di voto. Vota solo il capogruppo per tutti. Così Maurizio Gasparri avrà 146 voti e Fabrizio Cicchitto 271. Hanno applaudito ancora più forte, soprattutto Gasparri. E alla fine il Pifferaio di Arcore ha detto che con questa novità, però, bisognava dimezzare il numero dei parlamentari. L'applauso c'è stato lo stesso, con scambio di sguardi e mezze risate: sta scherzando. Non è proprio così nuova la proposta del signor B.: una cosa del genere l'aveva già detta, aggiungendo che in fondo bastano una decina di parlamentari per fare il lavoro che serve al governo. Del resto che fiducie e decreti siano il sistema migliore per governare lo ripete ogni giorno. Questa volta però gli ha subito risposto il presidente della Camera dei deputati: «La proposta era già stata avanzata ed era caduta nel vuoto, accadrà anche stavolta». Gianfranco Fini aveva iniziato la giornata rileggendosi la sua intervista a El Pais nella quale si sottraeva dal ruolo di «delfino» di Berlusconi (http://www.elpais.com/articulo/internacional/soy/delfin/Berlusconi/elpepiint/20090310elpepiint_4/Tes). A mio modo di vedere il vero senso dell'intervista è che non vuol essere il numero due e non vuol essere incoronato erede da nessuno, «sono repubblicano e non monarchico» dice. Molto bene, commentavano invece i suoi avversari nella maggioranza, che non sono più solo quelli di Forza Italia ma praticamente tutti i suoi ex colonnelli. Non è il delfino nel senso che il delfino è un qualcun altro. Per lui immaginano un ruolo in Europa, un po' come immaginò D'Alema per Prodi. «Ambasciatore del PdL», cioè niente. Invece Fini ritocca il suo profilo istituzionale, da terza carica dello Stato. Non è perfetto: aveva iniziato a presiedere l'assemblea di Montecitorio spiegando che ognuno ha diritto di esprimere le sue opinioni ma certo dipende da quello che dice. Poi si è corretto, ma ogni tanto ci ricasca. Ha risposto, agli ultimi dissidenti del voto con le impronte digitali, che «non sono obbligati a fare i deputati». Nel frattempo uno dei suoi ex colonnelli, Italo Bocchino, faceva l'elogio dei «pianisti», cioè di quelli che votano per gli assenti. Con il nuovo sistema non dovrebbe più essere possibile, ed è anche questo che preoccupa il puparo. Soprattutto per il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità per la legge sulle intercettazioni. C'è il voto segreto e la legge non piace a molti. Nemmeno del tutto al signor B. a dire la verità: «Non è quella che avrei voluto io, ma comunque è importante», ha spiegato precettando le sue truppe parlamentari. Nel nuovo partitone (pur sempre di plastica) se i giochi per la scelta dei coordinatori sono già fatti (due di Forza Italia, Verdini e Bondi e uno di AN, La Russa) perché vale sempre la regola del 70% agli azzurri e 30% agli ex missini, e se Fini nel PdL è un pesce fuor d'acqua, resta aperto il grande tema della successione al puparo. Lui (nel senso del signor B.) ha ripetuto la gag sulla sua giovinezza («ho sempre 35 anni»); poi si è preoccupato di frenare i più voraci. Che sono sempre Gasparri e Bocchino, Cicchitto e Quagliariello, capigruppo e vice capigruppo di Camera e Senato, meglio noti come «la banda dei quattro». Il Pifferaio di Arcore se li è ritrovati sul palco, seduti dietro a un tavolo come nei veri congressi di partito. Ed è chiaro che la cosa non è piaciuta: «Non vogliamo correnti e potentati nel nuovo partito e nemmeno una nomenklatura (ha detto smorzando il sorriso dei quattro) dobbiamo intervenire, cambiare questa cosa». Nessuno di loro può ambire a troppo e il più applaudito dai parlamentari non è stato nessuno della banda: è stato il ministro Sacconi. Subito dopo un altro ex socialista e ministro, Brunetta che ha detto: «Mi ricordo sempre il giorno in cui il signor B. ci convocò per dirci che avremmo fatto un partito: siamo rimasti in pochi (quelli scelti nelle sue aziende), ma ci siamo ancora». La nostalgia di Enzo Ghigo, che fu presidente del Piemonte, serve a far riflettere su com'è cambiata Forza Italia. Ma finché il puparo si terrà i suoi 35 anni, la fusione (per incorporazione) con AN non darà alcun problema. Ai burattini però forse sì...

2 Commenti:

  • Vuoi dire che anche lì serpeggia lo scontento? Vuoi dire che forse ha già funzionato "la strategia del verme"?
    Forse non sai di che parlo.... ed hai ragione, ma dal Partito Resistente Clandestino tutta la sinistra passata in clandestinità si è radicata nelle azzurre e nere istituzioni cercando di seminare il dubbio e la zizzania.
    Forse Fini era dei nostri prima della metamorfosi... forse potremmo giustificare pure Capezzone. ;-)

    Pagherei una cifra per festeggiare una triste dipartita e vedere di nascosto l'effetto che fa. Vieni anche tu?

    Non considerarmi strana, sto solo cercando di diventare clandestina, sembro strana, ma è tutto normale
    Ciao Ross

    Di Blogger rossaura, Alle 12 marzo, 2009 22:38  

  • Affare fatto: entro in clandestinità insieme a te. Anche a me piacerebbe festeggiare una triste dipartita e vedere di nascosto l'effetto che fa! Vengo anch'io! Un bacio non troppo clandestino da nomadus.

    Di Blogger nomadus, Alle 13 marzo, 2009 21:01  

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