l'Antipatico

sabato 26 settembre 2009

l'educazione ai tempi delle veline e delle gieffine


Normalmente non leggo Panorama (lo facevo durante la direzione del compianto Claudio Rinaldi alla fine degli anni 80) ma questo volta debbo riconoscere che l'inchiesta di copertina dell'ultimo numero mi ha fatto ricredere. Il giornalista Alessandro Calderoni ha tratteggiato, attraverso la storia della baby prostituta Caterina, uno spaccato di vita reale e di comunicazione della sessualità ai tempi dell'epopea delle veline e delle gieffine. Calderoni non è certo nuovo a questi trattati a base di sesso, avendo già pubblicato interviste a cam-girls e avendo dato alle stampe un saggio dall'esplicativo titolo di il mestiere più antico del mondo (http://bur.rcslibri.corriere.it/bur/autore/calderoni_alessandro.html). E' quindi un esperto in materia e ci dobbiamo fidare di quello che scrive e racconta. Da parte mia vorrei, però, prendere solo lo spunto da questa inchiesta per ampliare il discorso e focalizzarlo sulla reale progenia dell'attuale situazione in cui vivono i ragazzi della nuova generazione, tutta dedita a sesso, sballo e poco rock'n'roll. Credo che tutto dipenda dal valore dato al termine educazione nel terzo millennio. L’educazione è uno dei debiti fondamentali che una società ha nei confronti delle nuove generazioni: un debito di speranza, e non solo. Eppure oggi il termine educare è associato quasi sempre a parole che sembrano la negazione della speranza: crisi, emergenza, fallimento, dimissione. Si sente affermare con rammarico che i giovani e i ragazzi non sono più quelli di una volta. Ovvio, i giovani e i ragazzi di oggi sono figli del loro tempo, e hanno caratteristiche e comportamenti che riflettono la società e la cultura in cui crescono e vivono. Ma non sono loro ad aver dato forma a questa società, con la quale caso mai hanno imparato a interagire. Credo che per capire l’attuale crisi dell’educazione occorra guardare alla generazione adulta, spesso specchiata nelle immaturità e nelle inquietudini dei più giovani. Le attuali difficoltà in cui versa la pratica educativa dicono come sia in crisi, nella generazione adulta, un progetto di vita che mostri il senso secondo cui essa vive e al tempo stesso comunichi se vi sono ragioni di vita convincenti. Gli adulti educatori sembrano oggi non essere in grado di mostrare il valore e la bellezza dell’esistenza, in tutti i suoi aspetti; di proporre le ragioni per cui vale la pena avere fiducia in essa o di far intravedere la sapienza che si trasforma in stili di vita coerenti. D’altra parte non si può non considerare la condizione di fatica degli adulti. L’attuale organizzazione della società, del lavoro, della famiglia, della scuola è così complessa da far sentire stanchi: stanchi di una vita di corsa, del vuoto che si sente dentro e che fa sentire aridi. A volte si rinuncia ad educare per mancanza di energia nel reggere l’impegno che questo comporta. Ma si rinuncia alla fatica di educare anche perché si sono escluse dalla vita alcune dimensioni inalienabili: il limite, il sacrificio, la rinuncia: parole bandite dal vocabolario di una generazione addomesticata dal consumismo e dalle sue illusioni. Segnali che rivelano come sia in crisi, ancor prima dell’educazione, la dimensione generativa della vita adulta, sempre più in difficoltà a esprimersi nel dono di sé. Tuttavia questa crisi può essere anche una grande opportunità: essa ci sta costringendo a riconsiderare il valore e la responsabilità dell’educazione come imprescindibile azione umana e ci sta aiutando a riscoprirne il senso. Per mettere a frutto questa situazione di passaggio, mi pare che servano soprattutto tre orientamenti: il rifiuto del catastrofismo che lascia inerti, per assumere un atteggiamento di responsabilità; una nuova disponibilità a pensare l’educazione, per reinterpretarla nei caratteri nuovi che essa deve assumere nell’attuale contesto e infine l’impegno a costruire alleanze per affrontare un compito cui nessuno può ritenere oggi di far fronte da solo. A mio parere si comincerà a uscire dalla crisi attuale quando gli adulti ritroveranno parole per narrare la bellezza di educare e non solo le sue fatiche; quando di essa si riscoprirà la passione; quando soprattutto nella comunità si avrà il coraggio di tornare a parlare di vocazioni educative. Allora significherà che avremo accettato di lasciarci mettere in gioco dalle nuove generazioni, anche per pensare e generare insieme con loro un nuovo stile di vita. Uno stile che non strizzi l'occhio alle tette (più o meno rifatte) come quelle nella foto che accompagnano questo mio post.

4 Commenti:

  • Per educare bisogna essere educati. Forse qui sta il problema è da un bel po' che i giovani si educano davanti alla televisione e i giovani di ieri sono i genitori di oggi. Parli bene nel dire che la crisi potrebbe essere una grossa opportunità, ma in Italia la crisi non c'è, non lo sapevi? Solo i licenziati o i disoccupati avrebbero qualche ragione per educare i figli, ma sono troppo impegnati a sbarcare il lunario pertanto tutto viene rinviato a data da destinarsi.
    Ciao Ross

    Di Blogger rossaura, Alle 28 settembre, 2009 16:09  

  • Quale onore, gentilissima signora Rossaura, nel rivederla tra i commentatori di questo blog. Spero non rimanga una meteora. Un cordialissimo saluto (anche a Mario) da Nomadus.

    Di Blogger nomadus, Alle 28 settembre, 2009 16:40  

  • Caro Nomadus, ti ho rubato la foto per il mio post di oggi, era troppo azzeccata, per quello che volevo dire. Non sarò solo meteora, ma mi è sempre più difficile seguire i blog amici, se è per questo neanche il mio.....
    Ciao e grazie per i saluti

    Di Blogger rossaura, Alle 29 settembre, 2009 15:40  

  • Giusto perchè sei tu...

    Di Blogger nomadus, Alle 29 settembre, 2009 16:53  

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